Deserto

DESERTO

Inizialmente il titolo di questo articolo e la relativa immagine che lo raffigurasse dovevano essere:” mani vuote”…

Tuttavia ho sentito che “mani vuote” avrebbero potuto sembrare più sacre e dignitose di quello che invece avrei scritto.

Deserto e desolazione invece lo descrivono meglio, secondo me.

Dal latino “desolàre” ‘abbandonare, lasciare solo, rendere deserto, composto di de- ‘da’ e solus ‘solo’.

L’argomento è la gratitudine.

Prima del ringraziare c’è il riconoscimento di aver ricevuto, e il “mio” sentire (ottuso e indurito) è che non sto ricevendo niente, si quelle quattro ca***te, il minimo sindacabile, poi per quello che voglio e ho bisogno mi devo fare in quattro, devo sottostare allo strozzinaggio, penso, vi faccio vedere io come si fa, datemi quel minimo che poi ci penso da solo, ci penso io da solo, ci penso io anche a farvi vedere, a rinfacciarvi quella miseria che mi avete dato e tronfio di boria vi sputerò in angolo ridendo di voi che non mi avete dato niente facendomelo passare come oro colato.

Tanto sono in preda alla desolazione, al “non è mai abbastanza”, mio o assorbito da “fuori” , che non riconosco e di conseguenza non provo gratitudine.

Tanto sono nel frullatore della “performance” del “salire di livello”, del voler a tutti i costi, disperatamente e furiosamente dimostrare che ci sono, che valgo, che ho qualcosa, che sono qualcosa, che posso essere amico, compagno, amante, che non puzzo e quant’altro, che il giudizio lapideo:” non basta”, “è niente” cala impietoso e mortificante spegnendo qualsiasi accenno di vita e possibilità.

Da brivido verrebbe da scrivere, mentre in realtà sto sudando…

La mia ferita infantile? Riconoscimento ovviamente, what else? Direbbe la pubblicità…

Come disinnescare questa mina vagante? Come fare per liberarsi?

Ringrazio.

Ringrazio me stesso per l’opportunità che mi sono permesso di creare per ringraziare e trovarmi di fronte ad un burrone vuoto, senza fine, desolante e umiliante…

Rimasto in sospeso silenzio, imbarazzato dal rimanere senza aver niente da dire, niente per cui ringraziare.

Trovarsi di fronte, anche adesso mentre scrivo, alla mia stessa pena, giudizio e condanna.

Che pena, leggo la parola: “pena”, sento che brucia, scalda e mi viene da abbracciarla, accoglierla.

Ringrazio di averla trovata, la mia pena, ecco chi sei, ecco chi prosciugava il cuore, il sorriso, il corpo e tutto ciò che toccavo.

Bella la mia pena, adesso ci siamo trovati, adesso posso occuparmi di te. L’obbiettivo che ci eravamo prefissati, il piano segreto di soffocare la vita, negarla fino alla fine, abbiamo visto che non può essere raggiunto.

Ora ci siamo io e te, non più 1.

E ora decido di guarire, riconoscere e ringraziare ciò che sono, per ciò che ricevo, per tanto, tutto di cui ho detto “non basta, è niente” nella mia vita.

Forse scriverò su un quaderno, un cartellone o farò una “scatola della gratitudine”.

Ma ciò che conta è di averti trovata, grazie a ciò che sono diventato, grazie a chi ha scritto i libri che ho letto, grazie a chi mi ha suggerito di chiedere, grazie a chi è più avanti nella Via ad indicarmi la direzione, grazie a chi mi ha amato, a chi mi vuole bene, grazie a chi mi ha accolto, a chi mi ha sostenuto nel mettermi in gioco, grazie a chi mi ha riconosciuto anche per poco, grazie a chi si è preso cura di me, grazie, grazie e grazie, non finisce qui…

Aho!

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