La vita in cerchio

La vita in cerchio

I giorni dell’esperienza della Via del Cerchio sono stati intensi, quasi un lavoro, tuttavia quest’anno ho deciso di partecipare il più possibile alle “attività” anche se senza forzarmi. È capitato che partecipassi al cerchio, di una novantina di persone, a volte più presente altre mi sono concesso invece di rilassarmi fino ad appisolarmi. Non c’è nulla di obbligatorio, non c’è giudizio, la libertà individuale è rispettata e abbandonarsi in quello “spazio”, così com’ero in quel momento è stato ulteriormente rilassante.

Credo che una parte di me, anche nel relax, abbia recepito quello che serviva.

Le giornate, dicevo, sono state intense. Si iniziava alle 9 con il “clan”, il cerchio di 80/90 persone è stato suddiviso in una dozzina di gruppi, i clan appunto. Nel clan, dopo gli abbracci e il buongiorno iniziale, si condivideva come ci si sentiva in quel momento, quello che era emerso ed era in movimento dentro di noi, condivisione e ascolto, tutto qui, ancora una volta nulla di obbligatorio, tuttavia a chi non voleva parlare, piuttosto veniva chiesto se il clan poteva fare qualcosa per lei/lui. Il tempo a disposizione era uguale per tutti, chi parlava o voleva iniziare, prendeva in mano il “talken Stick” ovvero il bastone della parola, un semplice strumento, a volte si usava un rametto oppure uno stelo di paglia dei ballini sui quali eravamo seduti. È stato divertente il mio clan, abbastanza indisciplinato a dir la verità sugli orari e abbastanza scanzonato da dover impiegare qualche decina di minuti prima di passare dall’ironia a scendere a terra con le condivisioni. Altrettanto potente, voglio riconoscerlo, dalla leggerezza si passava ad una profondità e intimità davvero notevoli. Così, come se fossimo naturalmente predisposti, senza filtri, fiduciosi l’un l’altro, al sicuro, certi di essere accolti, ascoltati, questa una delle magie del Cerchio.

Dopo la prima ora passata in clan, si riuniva il cerchio. Tante persone, tanti colori di vestiti e stili di abbigliamento diversi, capelli scompigliati, più gli uomini a dire il vero, piedi scalzi, ci si teneva per mano, la destra a prendere la sinistra a dare. Si cantava, in inglese, qualche minuto una canzone del “cerchio” e poi iniziava il momento del ringraziamento. Si ringraziava la Terra per i suoi doni, sostentamento e appoggio, la Natura con tutti gli esseri viventi, nonna luna e nonno sole, gli altri pianeti e le stelle e tutti gli esseri passati a nuova vita e quelli che non conosciamo. Per me questo momento, a tratti era un po’ noioso, tuttavia devo riconoscere che man mano che procedeva mi rendevo conto di quanto ricevevo ogni istante e di quanto è importante ringraziare.

Dopo il ringraziamento si procedeva con l’argomento del giorno. Il primo giorno, ovviamente è stato l’ascolto, poi il bambino/a interiore, uomo e donna, la coppia, ecologia, sogni e desideri, e tanto altro. Dopo essere stati introdotti all’argomento del giorno si faceva pratica, ovvero le “mini”.

La “mini” è un incontro a due, seduti vicini si parla di come viviamo in relazione al tema in questione e l’altra persona ascolta e viceversa. Tutto qui… Semplice no? Eppure durante le mini è stato bellissimo incontrare l’altra persona o semplicemente essere ascoltati con attenzione. Con la pratica ripetuta, nei giorni successivi, mi sono ritrovato in famiglia, circondato da sguardi amichevoli e profondi, di chi solo qualche ora prima era un perfetto sconosciuto. E con alcune persone la connessione è stata davvero profonda, come tra fratelli e sorelle che si sono ritrovati dopo un lungo viaggio lontani gli uni dagli altri.

“Le difese portano ciò da cui vorrebbero difendere” Cit. Ucim

Quando ci si sente accolti, quando ci si vuole aprire, quando si sente fiducia e coraggio nell’abbassare le difese e maschere, uscire dai ruoli e dai personaggi, l’incontro con gli altri, con origine dalla connessione con me stesso, dal concedermi fiducia e volermi mettere in gioco e forse, anche, dal non proteggere e voler nascondere il dolore e quelle sensazioni di vittimismo piuttosto che di misero.

Riuscire ad osservare, ascoltare, accogliere sottili sensazioni e/o modi di sentirmi. Esili moti dell’anima, soffocati e repressi nell’inconscio perché “troppo” per quel me impotente, non-importante, superficiale, indurito, mentale, arrogante, che deve fare e dimostrare. “Troppo” per quel me che è il migliore. “Troppo” per quel me nevrotico che controlla e ironizza sulle proprie drammatiche e devastanti vicende, volendo ridere e giocare…

Già…

Ridere e giocare perché mi è stato detto che ciò che accadeva molto vicino a me non mi riguardava, perché non dovevo essere triste, anche se sentivo disperazione, che non dovevo piangere, anche se mi sentivo morire.

Invece quest’estate mi sono permesso di avvicinarmi a quel sepolcro che racchiude una parte di me, mi sono permesso di iniziare ad ascoltare la mia rabbia, disperazione, solitudine, senso di disadattamento.

L’ho condiviso, con voce tremante e occhi lucidi ed è stato bellissimo non proteggere e nascondere emozioni e sensazioni che vanno accolte e vissute per poter essere lasciate andare.

E lasciare che la Vita torni a fluire in me piuttosto che rivivere lo stagnante passato. E celebrare con le bellissime “tamburate”, persone che si aggiungono e ballano. Un’esperienza da RE, da provare, da nutrire e trasformare in quotidianità…per me.

Questo ho vissuto, e io la chiamo VITA.

Aho🔥

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